
Di Giuseppe Quartararo

Il parcheggio di via Archimede e l’innovativo concetto di bene pubblico “a scelta”
In riferimento all’articolo pubblicato su Monreale live dal titolo “Il parcheggio Archimede che non c’è”, ritengo necessario intervenire per riportare la discussione su un piano di realtà, fatti e — perché no — coerenza.
L’area di via Archimede oggetto dell’articolo è una proprietà privata, regolarmente acquistata dalla famiglia Quartararo nel settembre 2025, con l’obiettivo dichiarato di realizzare un parcheggio a servizio della collettività.
Non una sottrazione, dunque, ma un progetto che — se non fosse per alcune circostanze ben precise — sarebbe già realtà.
La mancata realizzazione dell’opera dipende infatti da gravi criticità sui confini, emerse a seguito di accurati rilievi tecnici effettuati da professionisti abilitati, dotati di strumentazione topografica certificata.
Rilievi che hanno evidenziato una situazione piuttosto singolare.
In particolare:
un condominio confinante risulta di dimensioni maggiori rispetto a quelle previste dal progetto originario, con conseguente sconfinamento sulla particella adiacente;
una strada comunale insiste abusivamente su terreno privato;
sono presenti cancelli, accessi e passaggi condominiali privi di qualsiasi titolo autorizzativo;
persino un centro anziani utilizza un passaggio non autorizzato, tollerato esclusivamente per senso civico.
Alla luce di ciò, stupisce che l’articolo parli di “parcheggio che non c’è”, senza spiegare che l’area è da anni di fatto utilizzata da altri, senza titolo, e che proprio questi utilizzi impediscono l’avvio dei lavori.
L’articolo è firmato da un noto esponente politico di opposizione che risiede in un condominio caratterizzato da diffuse e rilevanti difformità edilizie, ampliamenti, verande, volumi aggiunti e adattamenti che nel tempo hanno reso l’edificio ben più esteso rispetto a quanto originariamente assentito.
Ed è qui che la logica proposta nell’articolo diventa particolarmente interessante.
Se una proprietà privata può essere considerata “bene pubblico” semplicemente perché ritenuta utile alla collettività, allora perché fermarsi alla mia area?
Seguendo coerentemente questo principio, si potrebbe proporre — con spirito innovativo e autentico senso civico — di destinare l’immobile in cui risiede l’autore dell’articolo a nuova sede di uffici comunali.
Spazi, del resto, non mancano: le superfici sono cresciute nel tempo, gli ampliamenti sono evidenti e gli “adattamenti” abbondano. Sarebbe finalmente un utilizzo pienamente collettivo di un bene privato già ampiamente reinterpretato.
In fondo, si tratterebbe solo di applicare lo stesso criterio: ciò che è privato, ma ritenuto utile, diventa pubblico.
Un’idea certamente originale, ma apparentemente molto cara a chi oggi pretende di decidere la destinazione delle proprietà altrui.
Naturalmente, chiunque conosca le basi di uno Stato di diritto sa che le cose non funzionano così:
la proprietà privata si rispetta, gli abusi non si trasformano in diritti e le regole urbanistiche valgono per tutti, anche per chi scrive articoli e fa politica.
Resto disponibile al confronto istituzionale e alla realizzazione del parcheggio, ma non ad accettare narrazioni che, con sorprendente disinvoltura, confondono l’interesse pubblico con la convenienza personale.
Quartararo


